Recensioni

– Flavia Benvenuto Strumendo (2001)
Marco Marangoni (2001)
Marco Marangoni (2002)
Tiziana Pauletto (2002)
Tiziana Pauletto (28.09.2002) Circolo Culturale Cossetti- Chions (PN)
Enzo Santese (2004) ‘Dentro la pittura’- Ex Chiesa di San Gregorio – Sacile (PN)
Stefano Aloisi (2005) – Casa Gaia da Camino – Portobuffolé (TV)
Barbara Passarin (2005) – Sala Metallica- San Donà di Piave (VE)
Gabriella Niero (2005) – Mostra Scoletta San Zaccaria Venezia
Amalia Forcina (2005) – Sale municipali San Vendemmiano (TV)
Paolo Rizzi (2006)
Amalia Forcina (2011) ‘Kunst zusammen in Berlin’– Sale municipali  San Vendemiano (TV)
Giulio Gasparotti (2011)
Marianna Accerboni (2011)
Stefania Volpe (2011)
Tiziana Pauletto – Pravisdomini – (2012)
Giulio Gasparotti (2013) – Galleria Luigi Sturzo – Mestre (VE)
Giuseppe Caracò (2016) – Portogruaro (VE)
ALTRE RECENSIONI

Nel suo continuo colloquio con la pittura, Paola Gamba rivisita il proprio vissuto e intuisce che il graduale affinamento della sua sensibilità artistica è correlato ad un processo di autoconoscenza e alla scoperta del “nuovo” che c’è in lei.
Si muove perciò nel campo dell’espressione con una personale misura, con una partecipazione intimamente inquieta e intensa, scandita da un meditato ripensamento sul proprio lavoro.
Operando delle scelte coraggiose e libere, intorno alle quali fa gravitare, oltre la qualità della sua vita, quella della sua pittura, incanala la sua ansia espressiva in un colore macerato, insieme corposo e sommerso, in un segno scabro, estraneo ai compiacimenti.
Il nudo e il ritratto l’affascinano; li realizza con una sottolineatura espressionistica: sfondi percorsi da luci e ombre incorniciano volti di uomini e donne che rivelano tensione esistenziale gravida di interrogativi.
Spesso la luce cattura l’oscurità e i corpi svelano una sensualità ed un erotismo intriganti.

Flavia Benvenuto Strumendo (2001)


Appunti sulla pittura di Paola Gamba

Il segno traccia un solco e fonda uno spazio altro: il segno costruisce, non decora, né imita; appare deciso, con una sua violenza quale energia che sostiene lo sforzo istituente.
Pittura che, agli antipodi della cantabilità, si regge in un nervoso procedere, mai concluso, dove la deformazione del contesto pre-artistico si evolve in processi di nuova formazione.
L’Artista non stempera una visione cinicamente paga della “morte dell’arte”. Piuttosto, ci sembra arcaico l’orizzonte che custodisce l’enigma di queste creazioni: l’agone delle forze ha qui il Senso come posta in gioco.
La tendenza monocromatica dichiara la pervasività di uno stato d’animo, di una luce della coscienza.
I quadri, come finestre metafisiche, captano la luce naturalistica e quotidiana nel momento del suo congedarsi. La penombra che scaturisce, che raffredda i colori , le cose e i corpi, funziona quasi come una soglia, oltre la quale ci pare di poterci avventurare, ma abbandonando via via i punti di riferimento, osservando l’obbligo di cancellare le tracce del nostro passaggio.
Come in Leopardi (Zibaldone) e nell’ottica romantica (F. Rella , Romanticismo), l’idea di un’ulteriore dimensione rispetto al quotidiano, è rivelata dalla luce che incontra limiti, sfrangiata, frastagliata, ribattuta, in mille modi ostacolata. Una luce, concludiamo, quella di queste opere, generata all’interno della visione, dove il visibile diviene in qualche modo luce dell’invisibile: non ingenua, ma al contrario generata come il dolore rifà, in chi guarda, i toni e le qualità cromatiche, i rapporti delle linee e delle forze.

Marco Marangoni (2001)


Le teorie di Paola Gamba

La pittura di Paola Gamba, partita da un espressionismo dove il volto sfigurato e la carne sofferente erano i referenti simbolici più presenti, è venuta liberando un atto artistico sempre più autonomo dai fondi esistenziali privati, e teorizzando quasi, col colore divenuto più pacato e vibrante, per toni e timbri, con un segno che accorda alla sua riconoscibile incisività, un fare istitutivo più agile e disinvolto.
E’ un aspetto notabile, infatti, dell’effetto estetico raggiunto, in queste opere, la bellezza: certa proporzione, certa chiarezza.
Un risplendere dunque ci colpisce, cui non eravamo abituati dal precedente lavoro; una catarsi ci appaga, segno sicuro che la distanza tra la mano che ritrae e il suo tema si è ridotta: sviluppo del linguaggio, che l’origine in sé ritrova ( mai in senso conclusivo) ,il reale da cui era emerso?
E’ chiaro che lo stile di questa pittura ormai rientra nell’astratto:” il quadro,infine, può rapportarsi a una qualsiasi cosa empirica solo a condizione di essere innanzitutto autofigurativo” ( M.Merleau-Ponty ).

Marco Marangoni (2002)

…Corpi resi con gesti rapidi, secchi , con una pittura che è segno, con un colore che è monocromia e quasi non colore, così che , grazie anche alla luce radente, serve a evidenziare le forme con forti effetti chiaroscurali. La linea è nervosa , predilige il curvo e l’obliquo, crea dinamismo: sono corpi fermi, quasi in posa, eppure estremamente vitali e soprattutto mettono in mostra una umanità orgogliosa e fatta di solitudine.
Sembra quasi un grande salto quello che porta la pittrice all’astratto, in realtà già i germogli del sentire astratto c’erano in quei nudi più linea che corporeità. Il mondo astratto è fatto di concetti , di composizione, di colore.
Il ragionamento non cade più sulla somiglianza alla realtà, ma sulla armonia dei segni e degli spazi, sulla comunicazione di emozioni e sentimenti. Non cambia la sostanza: sempre Paola è, con linee miste e spezzate, con gesti ampi e veloci. In più, rispetto a prima , il colore sempre steso con velature, utilizzato in modo parco.
Ci troviamo di fronte a composizioni che apparentemente non hanno nulla a che spartire con i corpi del passato, ma che esprimono la stessa vitalità e l’ansia di arrivare a cogliere l’intimo più nascosto.

Tiziana Pauletto (2002)


PAOLA GAMBA

Seguo la vicenda pittorica di Paola Gamba da circa due anni e periodicamente provo un’intima soddisfazione nel trovarmi ad osservare il “divenire ” nella sua attività. Era ormai giunta ad un traguardo nella raffigurazione di uomini e donne, mostrati nella loro nudità bella, ma angosciante, immagini scure, quasi monocrome, che eseguiva con facilità e freschezza quando ha mutato direzione. Prima una cauta comparsa del colore che ha fatto capolino tra i suoi verdi marci e neri, poi un salto verso la composizione astratta, resa con pennellate grandi e veloci nella ricerca di qualcosa che gridava la necessità di cambiamento, ma che ancora non era ben chiaro ed infine l’approdo all’astratto, sicuramente temporaneo.
E’ la dimostrazione dell’inevitabile mutamento che un artista in cammino compie quando esplora tutte le possibilità che i materiali, ma anche la cultura del suo tempo, propongono. Direi inoltre che Paola Gamba ha percorso questo viaggio nel modo più corretto: prima si è impadronita della tecnica, ha imparato bene il disegno e l’uso del pennello e poi se ne è liberata : la liberazione è consapevole, non è semplice improvvisazione. Nei lavori che oggi la pittrice ci propone si trova una novità, cioè la scelta di comunicare utilizzando non solo le potenzialità del segno e del colore, ma sfruttando i più svariati materiali, primo fra tutti la carta – arricciata, spiegazzata, di giornale , ecc – il cartone, la plastica, lo spago, ma è indubbiamente più importante, il manifesto abbandono del pennello. Questo è un vero e profondo cambiamento: “… una volta accettato il principio del collage, i pittori erano passati, senza rendersene conto, dalla magia bianca alla magia nera. Era troppo tardi per tornare indietro. ” ( L. Aragon, Parigi marzo 1930).
C’è un aspetto nell’ultima produzione di Paola Gamba a cui avevo solo accennato: il colore. Sono tinte suggestive, poco consuete, che ci fanno soffermare, che ci spingono a guardare oltre la carta appesa alla parete, che narrano storie intense e coinvolgenti ed evocano pensieri celati.
Pur essendosi inoltrata in una nuova vita, la pittura di Paola Gamba presenta delle costanti come la ricerca dei contrasti, lo slancio verticale, la linea nervosa del carboncino o comunque il segno nero a cui non rinuncia, l’idea di composizione armonica dove luce , spazio, colore, materiali si fondono e dialogano.
Anche quelle forme apparentemente naturalistiche, intendo le lune che sembrano occhieggiare nella notte, sono oggetti estetici collocati all’interno di una costruzione gestuale, in parte ” istintiva “, direi di un istinto guidato: se già nella figura era manifesta la prevalenza dell’ espressione lirica, intesa come comunicazione della propria interiorità, direi che ora la pittrice esprime essenzialmente la sua personalità estetica: non parte dall’oggetto per astrarlo, ma tira fuori da sé il suo io che pensa e sogna sotto forma di colore e segno.

Tiziana Pauletto (28.09.2002)
Circolo Culturale Cossetti- CHIONS (PN)


“Dentro la pittura” – Ex Chiesa di San Gregorio – Sacile (Pordenone)

Dalla metà degli anni ’90 la figura campeggia sulla tela di Paola Gamba in posizioni che possono segnalare toni drammatici, ma l’interesse precipuo dell’artista è sui rapporti che la luce crea con lo spazio, con i giochi di luminosità innescati dalle scansioni anatomiche; è questo lo strumento per scandagliare non solo il corpo come involucro, ma l’anima quale realtà velata dalla conformazione del corpo medesimo, centro propulsivo di tutta la dinamica psicologica ed emotiva dell’individualità umana. Nel rapporto fra incidenza del segno e condensazione cromatica l’impianto compositivo risulta talvolta piuttosto aspro, anche in forza di una carta sovrapposta a collage, che accidenta la superficie, dandole spessore in un cammino irregolare.
Nel suo itinerario evolutivo, Paola Gamba sente poi l’urgenza di una nuova impostazione del discorso spaziale, utilizza dei tratti forti che “incidono” per lo più trasversalmente la tela e costituiscono il preludio di un’apertura diversa dell’obiettivo: dalla totalità del corpo al dettaglio del volto. Un’attenzione precisa viene dedicata alla funzione strutturante del colore, che dà consistenza all’immagine e significato alla temperie del quadro: nella miscelatura del giallo e del nero l’autrice ricava una tonalità che sembra prelevata dal sottobosco, un verde scuro che lascia intravedere delle presenze, quasi parvenze affacciate improvvisamente al limitare dell’oscurità. I visi appaiono ambigui, lasciandosi vedere ma senza riconoscimenti dettagliati e puntuali, quasi sempre con occhi chiusi, dentro un sistema di reticoli segnati da pennellate rotonde, con foga di derivazione espressionistica.
Il dato dell’ambiguità permane come una soglia che separa il fisico dal virtuale, il primo piano dalla profondità di campo, l’apparente dal fisico. Ed è anche l’indizio di un presagio, l’anticipazione di un accadimento evolutivo che porta alla cancellazione dei contorni di riconoscibilità del reale non per trascenderlo ma, anzi, per studiarlo vieppiù, per entrare nelle sue fibre costitutive e rappresentare alcuni fattori connettivi dell’esistente. Così nel 2000 si avvia un graduale processo di astrazione della figura e ciò è evidente nei lavori su faesite, che talora assumono le connotazioni plastiche del rilievo con il cartone; qui l’artista agisce con un sistema di sovrapposizioni e velature che lasciano intravedere la tessitura pittorica sottostante. Il suo lavorare per strati ha anche un’intonazione emblematica e indica la distanza spazio-temporale nel segmento del vissuto, che si riflette sul livello di sensibilità e sul piano della memoria.
La pittura astratta consente a Paola Gamba di uscire dal perimetro condizionante della figura e di esprimere con maggiore libertà e felicità di risultati il dato interiore con la scabrosità della superficie, ottenuta con ritagli, frammenti di cartone e materia cromatica, mai ridotta a pellicola uniforme, bensì complicata in una variegazione di spessori susseguenti.
Nella più recente fase della ricerca le opere si distendono in una dimensione che unifica spazio e tempo dell’atto creativo: sul fondo Paola Gamba incolla carta e stoffa e conquista una più vasta gamma cromatica dentro un complesso compositivo, che basa sul rapporto tra colore e collage il lavoro di assemblaggio da cui nasce il quadro. L’intento dichiarato è anche qui di andare all’interno della pittura, penetrare la sua essenza, che rappresenta emblematicamente l’anima pensante, per trovare dietro a certi addensamenti della materia il suggerimento per uno scandaglio introspettivo. Quanto più fa rapprendere la materia sul piano, tanto più afferma la sua volontà di andar oltre quell’involucro quasi per stabilire lo spessore di un diaframma da frantumare idealmente, per un’indagine nei recessi più nascosti della psiche, nei fondali della sensibilità. E la pittura vive nella gradualità di un’aggregazione, che in talune opere si cristallizza negli effetti prodotti dalla cera. L’artista si muove tra forme che le consentono di agire sul perimetro da tutte le parti, dal rettangolo al quadrato, che rappresentano finestre aperte sulla sostanza primaria della realtà, con un lavoro di sovrapposizione di colori e trasparenze, che indicano chiaramente strati pregressi. Mentre il piano prospetta all’occhio del fruitore il collage con la garza (colorata in precedenza), la juta e la carta con rimasugli di scritte avulsi dal loro contesto d’origine per significare unicamente se stessi.

2004 Enzo Santese


Paola Gamba e gli autonomi ornamenti

Compulsando le precedenti esegesi critiche, senz’altro brillanti e degne d’interesse, dedicate all’opera di Paola Gamba si nota, nondimeno, la mancanza di una lettura tesa a storicizzare la detta artefice. Proponimento del presente, breve, contributo è quello di tracciare le coordinate storiche che accludono l’opera della pittrice veneta, dagli illustri antefatti da cui senza dubbio dipende alle possibili evoluzioni appartenenti al futuro. Le premesse, beninteso, esistono anche a prescindere dalle autonome scelte effettuate dall’autrice; siamo tutti, d’altro canto, immersi in una sorta di collettivo work in progress che dalle incisioni rupestri si dipana per secoli e millenni per arrivare ai graffiti metropolitani.
Autrice di una pittura d’impianto introspettivo, Paola Gamba è da vari anni impegnata in una tenace ricerca che chiarendosi dalle istanze proprie alla forma umana si è via via affrancata dalla figura per giungere a risultati di pura astrazione. Sul finire degli anni Novanta l’artista si è occupata della raffigurazione del corpo umano, nudo e scabro, a lungo reiterata e proposta sia nella sua interezza sia in volti dipinti in assoluto primo piano. In tali rappresentazioni curiose assonanze, a dimostrazione di una koinè che esiste a prescindere dai personali intendimenti, si osservano con quanto da tempo Serena Nono, un’altra pittrice veneta, veneziana per la precisione, esterna in tele pregne di una materia pittorica densa e rugosa. Sintonizzata su quanto Jean Clair in una recente Biennale veneziana ha proposto con l’Identità e alterità, l’opera della Gamba si è adoperata in un’iconografia fisiologica memore delle ruvide asperità d’oltralpe peculiari di uno Schiele.
Nell’andare all’interno della pittura, come la stessa artista asserisce, le opere eseguite all’inizio del nuovo millennio testimoniano l’abbandono della figura umana a favore di una raffinata ricerca astratta. Gli odierni dipinti di Paola Gamba si connotano per le larghe porzioni di colore che invadono e ripartiscono la tela e per gli “innesti” d’altri materiali, garza o carta, che vanno ad assumere effetti visivi, sovrapposizioni ed increspature, memori dei combine-paintings di Robert Rauschenberg. La stessa materia pittorica diviene un puro concetto interiore che rimanda alla tradizione propria dell’espressionismo astratto.
Il gesto dato dal pennello è il naturale prolungamento psichico, che trova compimento sulla superficie da dipingere, proprio dell’artista. Siffatta tendenza gestuale discende alla lontana dai simili autonomi ornamenti, partecipi di un libero e fremente colorismo, peculiari dell’elegiaco pensiero di Giuseppe Santomaso. Maggiori corrispondenze, nell’uso squillante e potente del colore, s’intendono con l’Afro degli anni ’50, quello suggestionato dalle astrazioni cromatiche di Arshile Gorky.
Proprio in questo unire le proposte fervide e vivaci dell’espressionismo astratto, l’intervenire sul supporto da dipingere nell’ausilio di altri materiali, le quote date dalle stesure di liriche cromie rapportabili all’arte di Santomaso ed il colorismo astratto e luminoso di Afro, si avverte nella pittrice di Portogruaro un confrontarsi con illustri precedenti in un anelito creativo che, è questo l’auspicio, in futuro le permetterà, a parere di chi scrive magari intendendo certo lirismo veneto piuttosto che le asprezze teutoniche, nuovi e felici approdi.

Stefano Aloisi 2005 – Casa Gaia da Camino – Portobuffolé – Treviso


VIBRAZIONI METALLICHE

“La forza psichica del colore provoca una sorta di vibrazione spirituale. La forza fisica, prima, elementare diventa la via attraverso la quale il colore raggiunge l’anima” ( Lo spirituale nell’arte, W.Kandinsky).Un sofferto approdo all’astrattismo quello di Paola Gamba, come forma esistenziale di ricerca interiore che azzera l’esistente e lo riduce all’essenziale: segno e colore.
Paola Gamba ha operato una sorta di azzeramento-distruzione della precedente poetica espressionista, una sorta liberazione dalle costrizioni dell’oggetto reale e dalla pesantezza fisica e spirituale che esso comportava, per approdare all’astrattismo come esito liberatorio dell’esistenza, una vera e propria redenzione “dall’insostenibile pesantezza del reale” ( Lezioni Americane, Italo Calvino). L’artista nella sua attuale indagine cromatica abbandona i colori dell’ambiente naturale -legati ai luoghi dell’infanzia e della memoria- ed opera una ricerca di equilibrio, armonia e leggerezza attraverso l’uso di colori innaturali: colori acidi, plastici a volte imprevedibili , trash. Accostamenti cromatici inconsueti di verdi acidi e gialli fluorescenti, di blu elettrici e rosa shocking, una stesura liquida e leggera e sempre più volutamente indefinita che si riduce in certi momenti a semplice sfondo.
Una struttura segnica misurata ed attentamente calibrata, dove nulla viene lasciato al caso ed alla gestualità immediata, dove la pennellata-segno è vibrante, sicura, precisa ed energica.
L’artista si libera anche dalla gravosità del nero come forma di costrizione fisica ed oppressione spirituale.
Nella sua ricerca artistica ed esistenziale Paola Gamba approda alla rappresentazione di uno spazio leggero, uno spazio immaginario ottenuto attraverso quest’uso disorientante di colori innaturali. Una sorta di ricerca dell’Assoluto, quindi, mai completamente raggiungibile e decifrabile dall’uomo, essere limitato e perfettibile.

Barbara Passarin – 2005 Sala Metallica- San Donà di Piave – VE


Critica di Gabriella Niero 2005

Gli spazi informali percorsi da questa pittrice ci parlano di esperienze e di emozioni legate alla vita e alle suggestioni più profonde della natura. Su ampie superfici si dilatano cromatismi intensi, inseriti a collage, screziature e bagliori di luce che sembrano condurci entro i gangli più profondi della terra. I quadri di Paola Gamba possiedono infatti una profonda forza evocatrice, travalicano l’immagine e offrono sensazioni che toccano il cuore e la mente perché tutto obbedisce a ritmo sospeso dato dalle sovrapposizioni e trasparenze cromatiche entro cui l’immagine nasce e si sviluppa. Gradualmente il nostro sguardo coglie l’essenza di un mondo esaltato nella sua vera poetica strutturale. Le campiture scelte fra tonalità profonde, i lievi contorni delle immagini, le tracce misteriose ci conducono verso esiti in cui l’occhio si immerge voluttuosamente nella tensione di un’immagine psichica ove la “presenza” della luce assume un toccante effetto simbolico espressivo.

Gabriella Niero, Mostra SCOLETTA SAN ZACCARIA VENEZIA – Novembre 2005

La parola “astratto” deriva dal latino ab trahere (togliere via) e Paola Gamba, nel suo percorso artistico, ha man mano dissolto i contorni riconoscibili dei soggetti rappresentati (corpi e volti umani soprattutto), giungendo alla totale rinuncia dell’iconografia e affidando la sua carica espressiva alle forme e ai colori.
L’assenza di relatività all’oggetto, ha intensificato gli accenti suggestivi ed evocativi: ad ogni incontro di colore, di linee e di forme c’è il richiamo indefinito di uno stato d’animo. I movimenti cromatici si avvicendano, come itinerari fluidi dell’immaginazione, per lo sconfinato spazio della memoria. I vissuti emotivi si sovrappongono, lasciando tracce indelebili, dando pregnanza al racconto e comunicando con l’osservatore attraverso dati sensoriali che finiscono con l’essere percepiti affettivamente.
L’uso di materiali e tecniche diverse, sostanzialmente estranei alla tradizione pittorica, riesce ad imprimere una tridimensionalità che nel corso del tempo ha perso scabrosità graffianti, divenendo più delicata e finendo col suggerire una percezione tattile vellutata.
Il movimento presente nelle opere è il risultato di forze che si attraggono e si respingono, che catturano l’attenzione trascinandosi in particolari direzioni e che si manifestano in sequenze spaziali di forme e colori, esaltate dalla valenza plastica dello spessore ineguale della superficie. Il forte effetto dinamico è ottenuto, inoltre, non soltanto dagli “oggetti colori” usati obliquamente, ma anche dagli intervalli tra gli stessi: una sorta di “riferimento zonale” di nero assoluto.
Le spinte centrifughe dei monocromi a volte risultano rallentate perché dirette verso sinistra o perché bilanciate dagli elementi della metà speculare. Questo dona effetto simmetrico all’insieme, equilibrio alla composizione, sottolineato dal piano di rappresentazione il più delle volte rettangolare.
L’azione non è pianificata, ma neanche avventata: c’è un progetto che lascia un certo margine al caso, simbolo di libertà e, allo stesso tempo, della condizione esistenziale in cui è inevitabile affrontare situazioni impreviste.
E’ l’azione di Paola Gamba ad essere definita attraverso il suo essere o è il suo essere ad essere definito attraverso l’azione? Certo è che essi, insieme, interpretano l’esistenza nei suoi duplici aspetti della permanenza e del mutamento, diventando, grazie anche attraverso il processo dialettico delle stratificazioni trasparenti, metafora della vita.

Amalia Forcina, Sale municipali San Vendemmiano (Treviso) – Marzo 2005

Ecco come può avvenire quasi impercettibilmente, il passaggio dalla figurazione all’astrazione.
La pittrice di Portogruaro ci aveva presentato, fin quasi al 2000, forme femminili di scabra radice espressionistica; poi, anche in seguito ad esperienze maturate in Germania, si è volta al linguaggio astratto-informale, con esiti sempre di sofferta espressività.

Paolo Rizzi (2006)


“Kunst zusammen in Berlin” – Sale municipali – San Vendemiano ( Treviso) 2011

La condivisione di una “purezza d’intenti” e la difesa della propria identità culturale contro l’invadenza alienante del consumismo, a cui neppure l’opera d’arte riesce a sottrarsi, porta questi artisti ad operare in un’oasi conviviale al centro del dinamismo creativo che velocemente ha fatto di Berlino la capitale europea dell’Arte. Sono artisti che per motivi e traiettorie diverse si frequentano con una certa assiduità, motivati dal comune passionale interesse per la pittura. Essi, pur disponibili a partecipare ai processi di animazione culturale metropolitani, vivono il fare arte come fatto privato, intimo, disertando coraggiosamente l’effervescenza salottiera di certi laboratori. Fanno gruppo non legati da enunciazione di poetica, ma anzi rinunciando a ogni vessillo stilistico e teorico, con la tacita dichiarazione del valore e del rispetto della libera e personale ricerca estetica. I loro percorsi, molto diversi per esperienze generazionali., per formazione e fantasmi soggettivi, approdano tutti ad una rielaborazione emozionale del rapporto con la realtà oggettiva, mediante un attento approfondimento della storia delle forme, restituito da ciascuno di essi in opere di qualità.
Del gruppo fanno parte : Paola Gamba, Veronica Keckestein, Frank Heidtmann.

Paola Gamba
In un passato recente e forse non del tutto abbandonato, le sue opere, prevalentemente astratte, nascevano da lavori di assemblaggio di colore e collage e la matericità del risultato finale ben evidenziavano il lavoro di scavo introspettivo ad esse sotteso. La sua pittura adesso è invece profondamente impegnata in una ricerca che fa della tela il campo aperto dove tutto viene rielaborato e reso esteticamente. Ne derivano opere il cui esito finale è notevole, sia per evocazione semantica che per raffinatezza cromatica.

Novembre 2011 Amalia Forcina


Acrilico su tela cm 100x 90

Incoronazione di spine – 2011
È da considerare il motivo ispiratore, rivisto e interpretato nel senso della creatività e dell’immaginazione, che rompono la simmetria della tradizione. Le forme così variano,diventano soggettive, in quanto sono rivolte non più al fatto come evento, ma al soggetto-oggetto in altra azione narrativa. Il valore compositivo di pende dai colori, dalla gestualità, dai contrasti, usati come elementi formali. La tavolozza è impostata principalmente sui bianco-gialli, sui rossi e su brani di fondo più scuri, tali da poter suggerire gli indispensabili referenti dell’Incoronazione di spine.
Il contatto tra la scena tradizionale e quella che abbiamo definito immaginativa, si verifica nel significato, nell’emozione dell’impressione più immediata e nello spazio creativo di confronto.

Giulio Gasparotti, Da “ V rassegna d’Arte Sacra” 2011 Galleria Luigi Sturzo


Percorsi

Analisi e sintesi, intuizione del significato più intimo delle forme, sono alla base del processo di ricerca artistica della pittrice veneta Paola Gamba. Originaria di Thiene (Vicenza) e attiva oggi a Portogruaro (Venezia), l’autrice ha sperimentato diversi e consequenziali orientamenti della pittura contemporanea, partendo da un espressionismo figurativo di ottimo livello, in cui il linguaggio del corpo è interpretato in acrilico su masonite con grande perizia.
In tali lavori i toni sono cupi e luminosi al tempo stesso, il chiaroscuro e il contrappunto luministico si rivelano intensissimi, sì da generare nel fruitore un impatto emotivo, che coglie il dramma esistenziale espresso da questa pittura attraverso il segno morbido ma incisivo e la forte accentuazione dei volumi. Tale esperienza e tale percezione emozionale e spirituale della realtà si ampliano successivamente nell’ambito dell’astrazione e dell’informale, traducendo sensazione ed emozione in puro segno, luce e colore. Il simbolismo segnico, reso più attraente e materico dalla tecnica del collage, si ammanta ora di cromatismi più morbidi e vivaci, come se l’autrice stesse tentando di uscire da un tunnel d’introspezione verso il mondo e la luce.
Il valore introspettivo e quasi terapeutico di questo tipo di pittura, non a caso nata storicamente in contemporanea agli studi di Freud, in un’Europa che stava deflagrando in un secolo di pessimismo e di guerre, dona alla mostra il sapore dell’immediatezza e della profondità di pensiero. Ora al segno si sostituisce, quale azione energetica e di rottura, lo strappo, mentre attraverso il pennello la Gamba inserisce note lievi e intense sul pentagramma pittorico della sua opera.

Marianna Accerboni (2011)


La Voce del corpo – Galleria “ La Rinascita” Udine – 2011

Osservando una ad una le figure dipinte dall’artista, la sensazione, o meglio la percezione emanata da ciascuna, si fa sentire sempre più intensa, mano a mano che si guardano le tensioni dei muscoli, i lineamenti dei volti, le curve sinuose ed attive della schiena e del collo. Un’attenzione particolare è rivolta ai colori, digradanti soprattutto dai toni del grigio al verde più ombroso, a volte come accesi da vampate di toni caldi, dall’ocra al rosso, altre resi più evidenti da vere e proprie strisce di luce bianca, che corrispondono ai tratti unici e caratteristici dei soggetti. Nel ritratto della fotografa udinese Tina Modotti, la scelta della juta come supporto, unita a macchie dense di colore, fa sì che si costruisca il volto, in particolare lo sguardo, penetrante ed indecifrabile allo stesso tempo. Raramente però le singole facce sono rese in modo dettagliato: a volte sono coperte dalle mani, dalle braccia o dalle chiome fluenti dei capelli, tracciati con pochi gesti immediati di pennello. Talora la resa vibrante della muscolatura e della superficie vitale dei corpi è data anche dall’impiego di carte applicate sul supporto e poi ricoperte di colore: i corpi appaiono sia alla vista che al tatto maggiormente riflettenti di tutte le sfumature luminose dell’ambiente circostante e le singole figure sono rese ancora più vere ed energiche perché emergenti dalla superficie liscia. Tutti questi particolari mostrano l’interesse per l’estrema espressività e gestualità del corpo: non è solo lo sguardo a parlare, sono le diverse posizioni, i modi in cui è inserito negli spazi, apparentemente vuoti perché monocromi, ma in realtà specchi stessi delle forme e delle situazioni di cui parlano tutte queste donne e questi uomini, colti in atteggiamenti pensierosi, sensuali o completamente abbandonati a se stessi, quasi trasformati in pure vibrazioni intense ed emotive.

Stefania Volpe


PAOLA GAMBA il 14 aprile 2012 – Pravisdomini

Baudelaire nel necrologio a Delacroix afferma: “Non si dà in natura né linea né colore. A creare linea e colore è l’uomo. E queste due astrazioni attingono la loro nobiltà in pari grado da una medesima origine…”. In questa frase così dirompente per la cultura del suo tempo, lo scrittore associa linea e colore, cioè i due elementi della pittura astratta, che è quella di Paola Gamba, e li avvicina nella loro distanza dalla natura, anzi sono considerati essi stessi astratti. Il colore assume di per sé una valenza interiore è va guardato in quanto tale, senza riferimenti alle parvenze della realtà concreta.
Qui vuole arrivare Paola Gamba, che con un gesto energico, l’occhio alla composizione, lavora sui suoi supporti a terra, girando attorno senza stabilire in primis un alto o un basso, una destra o una sinistra. In questa mostra vediamo soprattutto opere a pennello, le più recenti, variano un percorso, quello per lei agevole e giocoso dei collage, che ormai da un decennio la allontana dal figurativo (non comunque definitivamente abbandonato).
L’idea è quella di fornire allo spettatore, attraverso le grandi macchie e i larghi colpi di pennello, intense emozioni coloristiche. Lontano dalle sue intenzioni, anzi direi proprio avulso, ogni proposito di rimandare nelle forme a oggetti o paesaggi.
Le emozioni, prodotte dagli scatti obliqui del pennello che si richiudono spesso con un gesto secco e breve o che si slanciano in ampi movimenti di maggior respiro su campiture larghe, sono profonde, spesso laceranti o comunque forti: è pittura che non suggerisce, quanto piuttosto afferma ad alta voce i suoi intenti.
La mia simpatia va soprattutto ai lavori in cui il blu domina: essi invitano a addentrarvisi con i sensi prima che col pensiero; qui lo sguardo non incontra ostacoli e si perde come se il colore si sottraesse all’infinito, aprisse un passaggio in cui infilarsi, d’altronde il blu smaterializza, toglie peso a ciò che vi si avvolge: ecco che i gialli, che si fanno verdastri, e i rossi creano compenetrazioni intriganti e affiorano atmosfere suggestive.
Sono opere in cui l’impressione emozionale non è immediatamente forte come nelle altre, ma si fa più meditativa.
Segnalo infine un altro pregio della pittura di Paola Gamba: l’uso di tinte pensate, cangianti, variate e diverse dai primari e secondari abusati da tanta pittura contemporanea che popola mercati e fiere d’arte. E’ un impatto che non scema al secondo e al terzo sguardo!

Tiziana Pauletto


Critica Giulio Gasparotti – Galleria Luigi Sturzo – Mestre 2013

Al recente festival di San Remo, ha trionfato la musica jazz, caratterizzata dall’uso poliritmico degli strumenti e da un ambito armonico e melodico flessibile, tale da consentire per uno stesso brano musicale soluzioni interpretative originali e innovative. Avvertibili, in modo particolare, nelle vecchie canzoni reinterpretate nello spazio lasciato libero dall’improvvisazione solistica e polifonica.
La pittura di Paola Gamba gode delle stesse prerogative. Nel suo procedimento alcune qualità di un oggetto, o di un ambiente, vengono distinte e pensate indipendentemente dalle altre, in un’operazione mentale che tende a separare le qualità essenziali dell’oggetto, prescindendo da quelle accidentali.
C’é la rinuncia alla rappresentazione mimetica del mondo sensibile, verso una radicale semplificazione e scomposizione formale, a vantaggio del colore.
Già Giacomo Leopardi, nello “Zibaldone”, scrisse “…Pare assurdo, eppure é esattamente vero che, tutto il reale essendo un nulla, non vi é altro di reale, né altro di sostanza al mondo che l’illusione.”
E l’illusione, possiamo aggiungere si presenta sempre sotto diversi aspetti. Qui in linee e riquadri visivi e luminosi, in atmosfere e ambientazioni di finalità iconografica altra, che colleziona emozioni nell’avventura e nel mito dei colori.
Alla V Rassegna Biennale di Arte Sacra, della sua “Incoronazione di Spine”, scrivevo: “…E’ da considerare il motivo ispiratore del soggetto, rivisto e interpretato nel senso della creatività dell’immagine e dell’immaginazione, che rompe la tradizione nell’azione narrativa dell’accadimento”.
L’idea di trovare una dimensione nuova con prospettive incisive, con colori altrettanto incisivi, con ombre diventate elemento compositivo, richiama anche gli sguardi della memoria, in spazi dilatati che sembrano sfuggire per riaccordarsi nelle variazioni di toni e di luci. Spazio e colore, di quadro in quadro, entrano in specifico raccordo, in originali equilibri, non tanto narrativi, quanto mitopoietici, rivolti al mito della realtà pensata, o desiderata.
Un modo di esplorare depositi e lasciti contemplati dalla contemporaneità.
Gamba fa emergere l’aspetto emozionale presentandolo come simbolo della rappresentazione, direi anche come memorie esistenziali future, come spazi metafisici sospesi nel tempo, nel respiro dei luoghi e delle cose, in geometrie che raccontano sintesi di realtà insinuata dai suoi colori preferiti, senza ricorsi di maniera e di convenzione illustrativa. Sono metafore che inseguono il suo dipingere, o meglio il suo immaginare pensando.
Il pensiero diventa struttura logica, organizzazione di ritmi, fluenze, ripartizioni e sovrapposizioni, cesure, accostamenti plurimi su dominanti cromatiche. Il gesto spontaneo si adegua e si mitiga nell’esigenza di far affiorare una idealistica identificazione della realtà in analogie convergenze e consonanze, al momento inafferrabili, ma da scoprire nelle sollecitazioni che costringono a superare la percezione immediata per entrare nella forza liberatrice del colore che ha guidato la visione.
La realtà non si consuma nella realtà stessa. Si alleggerisce. Si riformula sulle componenti essenziali. Si concentra sulle stesure di gialli, di rossi, di blu, di azzurri e di bianchi… che si completano nel distacco temporale.
Nel distacco ambientale. Facendo trapelare la creatività: l’espressione più profonda tra l’artista e l’universo .
D’altra parte, secondo Einstein, spazio e tempo sono una cosa sola.
L’immaginazione diventa slancio. Perciò iniziando, ho ricordato la musica jazz che privilegia il ritmo, le variazioni, l’esecuzione brillante, i collegamenti timbrici.

Mestre 2 marzo 2013 – Giulio Gasparotti

Alchimie cromatiche

La naturale predisposizione al disegno di Paola Gamba la porta giovanissima ad elaborare un figurativo virtuoso orientato al classico. Si rifugia nell’ambiente naturalistico e nella ritrattistica accademica legata alla regola e alla proiezione prospettica degli spazi.
L’impiego del colore a sostituzione del segno la inducono ad un lavoro di scomposizione delle forme fino a scontornarne i limiti ottici e proiettarle verso un approccio informale.
Tuttavia é l’aspetto astratto ad attrarla, é il gioco degli spazi e della luce che la incuriosisce e che la spinge ad un lungo lavoro di ricerca verso una pittura d’azione in cui il colore é steso con gesto istintivo, quasi violento, e produce un effetto materico realizzato con particolari impasti o accostamenti di materiali eterogenei.
Paola Gamba naviga in un mondo commisto da onde magnetiche, seducenti ed irreali, per approdare a consulti plastici, con il solo intento di catturare i riflessi di una luce naturale dissociata dalla materia; composti fisici che si trasformano in alchimie cromatiche forti e preponderanti nell’invaso dell’opera. La superficie uniforme non la soddisfa a pieno, così procede ad inserire matericità formali come carte, colle e quant’altro possa rivestire la materia di una sottile dicitura di luce e di ombra, pieghe e solfeggi quasi di stoffa, negando la funzione espressiva e simbolica del colore, esaltando l’accento sull’emotività.
I suoi composti cromatici, se pur variopinti, tendono a compattarsi quasi a formare un monocorde recitare una strofa, o un verso dodecafonico, gutturale più che armonioso, fino a dare l’impressione dell’opera monocolore.
Segue un periodo di riallacciamento alle tematiche astratte pure, dove rifiuta la manipolazione del quadro per affidare il suo linguaggio al solo compattare delle tinte forti e delle assenza di corpo nell’espansione delle pennellate, quasi velature a mano sciolta e a inserti sempre più decisi, e quasi violenti, dei movimenti della spatola.
Il suo modo di intendere l’espressione pittorica fa riferimento ad un atteggiamento poetico del pittore che trapela anche dai segni e colori stesi sulla tela.
Le sue opere sono estremamente simboliche, caratterizzate da libere pennellate e densi strati di colore, segni e metodi all’insegna dell’improvvisazione, in modo che l’evento artistico, svuotato da qualsiasi residuo formale, si esaurisca con l’atto stesso della sua creazione.

Portogruaro 2016 – Giuseppe Caracò